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Nebulae nel Toro
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Nel
1054 d.C. gli astronomi cinesi e giapponesi descrissero minutamente nelle loro
cronache uno straordinario avvenimento del quale, invece, non si trova traccia
nelle cronache occidentali[1]:
il 4 luglio di quell’anno nella costellazione del Toro emerse, apparentemente
dal nulla, una stella tanto brillante da risultare, al massimo del suo
splendore, visibile persino in pieno giorno (e ciò, esattamente, per 23
giorni). Dopo alcune settimane quello straordinario fulgore cominciò a
declinare finché, il 17 aprile del 1056, l’occhio privo di ausili ottici (a
quel tempo ancora di là da venire) non ne percepiva più alcuna traccia. Ma le
tracce rimasero, eccome, anche se assolutamente invisibili ad occhio nudo, tanto
che, avendole ritrovate, oggi sappiamo che ciò che ne è rimasto è ancor più
meraviglioso della stupefacente apparizione descritta dagli antichi astronomi
orientali. La
storia delle osservazioni di quest’oggetto affascinante, cominciata in
oriente, viene ripresa in Europa, del tutto casualmente, circa settecento anni
dopo. Nel 1731 infatti, quando il telescopio era ormai uno strumento abbastanza
largamente diffuso tra studiosi e appassionati d’astronomia, John
Bevis,
dilettante scozzese e autore di pregevoli tavole astronomiche, scoprì una
curiosa nebulosità nella costellazione del Toro. Pochi decenni più tardi,
Messier faceva iniziare il suo famoso catalogo proprio da quest’oggetto
(denominato appunto, da allora, M1),
successivamente indicato anche col nome di Nebulosa
Granchio (Crab Nebula). Era una
nebulosa con uno sfondo diffuso e un insieme di filamenti ramificati uscenti
dalla zona centrale. “Nebulosità sopra il corno meridionale del Toro. Non contiene stelle; è
una luce biancastra, allungata come la fiamma di una candela, scoperta durante
l’osservazione della cometa del 1758. Vedi la Carta di quella cometa, Mem.
Acad. Anno 1759, pag. 188; osservata dal Dr. Bevis intorno al 1731. E’
riportata nel Celestial Atlas Inglese.” Questa è la descrizione
dell’oggetto che apre il Catalogo Messier. Egli la scoprì mentre seguiva la
cometa di quell’anno, e la incluse, col n° 1, nel suo catalogo nel 1771[2].
Il 10 giugno di quello stesso anno, Bevis scrisse a Messier rivendicando la
priorità della scoperta, e Messier gliene dette atto nelle edizioni successive
del suo catalogo. Per
trovare M1 bisogna spostarsi da Aldebaran
verso
est-nordest fino alla stella z Tauri.
M1 si trova proprio 1° a nord e 1° ad ovest di questa stella. Malgrado
il Catalogo Messier sia stato compilato allo scopo di evitare confusione tra
oggetti nebulosi e comete, M1
da allora è stata frequentemente oggetto di un simile errore. Essa è quasi
certamente quanto rimane della supernova osservata dagli astronomi cinesi e
giapponesi nel 1054. E’
facile da vedere quando la notte è limpida e senza Luna; in condizioni meno
ideali può risultare pressoché invisibile. In un cielo veramente buio, già un
binocolo 7 x 50 la mostra come un minuscolo grumo nebbioso, ma si apprezza assai
meglio con un 10 x 50: una foschia spettrale sembra circondare la più brillante
regione centrale, che splende di una pallida luce verdastra. A causa della sua
estensione angolare abbastanza modesta, M1
è un soggetto abbastanza povero di soddisfazioni fotografiche se non si dispone
di uno strumento di proporzioni ragguardevoli. Mentre assolutamente trascurabili
sono i risultati che si possono ottenere con telescopi fino a 15 cm. circa, già
con uno da 20 cm. cominciano a mostrarsi le caratteristiche strutture
filamentose e le più deboli regioni periferiche. Considerando, però, che per
ottenere un’immagine sul negativo di dimensioni soddisfacenti servono almeno 2
metri di focale, è chiaro che la lunghezza dell’esposizione richiesta con un
20 cm. (a f/10) è tale da imporre senz’altro l’utilizzo di una pellicola
ipersensibilizzata. Nello
stesso campo di M1, con un
oculare a largo campo, è possibile osservare la doppia S 742.
Le due componenti hanno le segg. caratteristiche: A, V: 7,2, gialla; B, V: 7,8,
bianca (Webb, 1890). La distanza tra i due membri è di 3,6”, PA 272°. Facile
da separare.
Le Pleiadi sono tra le nebulae conosciute fin dai
tempi più remoti, certamente da oltre 1000 anni prima di Cristo. La
letteratura di ogni tempo e di ogni civiltà contiene allusioni e richiami alle
Pleiadi: Esiodo ne parla ne “Le Opere e
i giorni”[3];
il loro sorgere eliaco (la prima comparsa nel cielo del mattino, prima del
sorgere del Sole) era un avvenimento astronomico importante nel mondo antico,
soprattutto nell’antico Egitto; e Giulio Cesare fece iniziare il suo
calendario da questo giorno. Omero ne parla nel quinto libro dell’Odissea[4],
e vi sono diversi riferimenti alle Pleiadi anche nella Bibbia[5]. Sono
state conosciute nella storia come le “sette
sorelle” o come le “sette vergini”,
e sono generalmente indicate nel mito come le sette figlie di Atlante e Pleione:
Alcyone, Asterope, Celaeno, Electra, Maia, Merope e Taygeta. Secondo una
versione del mito, queste bellissime ninfe furono inseguite dal cacciatore
Orione attraverso i boschi della Beozia per cinque anni, finché Zeus li trasferì
tutti, Orione incluso, tra le stelle. Nelle
antiche raffigurazioni della costellazione, il gruppo veniva generalmente
collocato sulla spalla del Toro; Hyginus, che contrariamente alla tradizione
diffusa vedeva nella costellazione la figura intera di un Toro, le collocava però
nei quarti posteriori, nella coda; e così Vitruvio, Columella, Plinio ed altri,
anche se Plinio la considerò in qualche modo una costellazione distinta.
Nettamente diversa e insolita l’interpretazione che della figura del Toro dà
Restoro d’Arezzo, il quale piazza le Pleiadi sulla fronte dell’animale[6]. E’
impensabile che quest’oggetto, così cospicuo e noto fin dall’antichità più
remota, sia stato incluso nel Catalogo Messier per evitare che altri astronomi
potessero confonderlo con una cometa (era questa l’iniziale motivazione per la
compilazione del Catalogo stesso)[7].
Non che sia fuori posto, trattandosi di un ammasso di stelle effettivamente
associate fisicamente, e non di un mero asterismo. Ma allora, perché non
catalogare anche le Iadi e il doppio ammasso di Perseo? Ci sembra superfluo dare indicazioni per trovare le Pleiadi. Fra tutti gli oggetti del Catalogo, nessun altro è così noto e vistoso. Almeno 6 membri dell’ammasso sono facilmente visibili ad occhio nudo[8]; in condizioni di seeing discreto questo numero sale a 9, e, sotto un cielo limpido e buio balza addirittura oltre la dozzina. Un
buon binocolo ne dà una visione d’assieme entusiasmante, mentre un
telescopio, anche piccolo, non riesce ad abbracciare tutto l’ammasso a meno
che non si usi un ingrandimento insolitamente basso (le nove stelle più
brillanti sono racchiuse in un campo di poco più di 1° di diametro). Per
riuscire a scorgere la debole nebulosità che le circonda sono necessarie
aperture piuttosto elevate. Non
occorrono grandi mezzi, invece, per la fotografia. Con una pellicola da 800 ISO
e aperture intorno a f/4, anche con un semplice teleobiettivo e una quindicina
di minuti di posa è possibile cominciare a rivelare tracce della nebulosità
(ovviamente, con un sistema di inseguimento, tanto più accurato quanto più
lunga è la focale che impiegata). Si
tratta di un ammasso molto giovane, forse
20 milioni di anni: non contiene alcuna gigante rossa; ma Cecilia
Payne-Gaposhkin afferma che in M45 vi sono alcune nane
bianche, il che
presupporrebbe che le giganti rosse ci siano state in passato. Le recenti osservazioni del 1995 hanno rivelato diversi oggetti
candidati ad essere classificati in un tipo particolarmente interessante di
corpi stellari: le cosiddette nane brune. Alcyone
(h
Tauri) è la stella più brillante del gruppo. E’ circa 750 volte più
brillante del Sole, e probabilmente 10 volte più grande. Tutte le stelle più
brillanti sono in rapida rotazione. Ecco
le schede delle “Sette Sorelle” (clicca qui
per vedere sul web la mappa di Bill Arnett): ·
Alcyone
(h Tau, 25
Tau): a: 03h 47m 29,1s; d: +24° 06’ 18”; p: 0,00887”; V: 2,85; spettro: B7III; B-V: -0,09;
m:
+0,02120”/-0,04311”; VR: +9,5 km/sec.; d: 370 a. l.; luminosità: 750. ·
Electra
(17 Tau): a: 03h 44m 52,5s; d: +24° 06’ 48”; p: 0,00888”; V: 3,72; spettro: B6III; B-V: -0,10;
m:
+0,02361”/-0,04492”; VR: +12,4 km/sec.; d: 370 a. l.; luminosità: 340. ·
Maya
(20 Tau): a: 03h 45m 49,6s; d: +24° 22’ 04”; p: 0,00906”; V: 3,87; spettro: B8III; B-V: -0,06;
m:
+0,02315”/-0,04503”; VR: +7,6 km/sec.; d: 360 a. l.; luminosità: 280. ·
Merope
(23 Tau): a: 03h 46m 19,6s; d: +23° 56’ 54”; p: 0,00908”; V: 4,14; spettro: B6IV; B-V: -0,05;
m:
+0,02316”/-0,04267”; VR: +6,2 km/sec.; d: 360 a. l.; luminosità: 218. ·
Taygeta
(19 Tau): a: 03h 45m 12,5s; d: +24° 28’ 02”; p: 0,00875”; V: 4,30; spettro: B6V; B-V: -0,11;
m:
+0,02126”/-0,04163”; VR: +5,2 km/sec.; d: 370 a. l.; luminosità: 200. ·
Celaeno
(16 Tau): a: 03h 44m 48,2s; d: +24° 17’ 22”; p: 0,00975”; V: 5,45; spettro: B7IV; B-V: -0,03;
m:
+0,02274”/-0,04400”; VR: +4,4 km/sec.; d: 335 a. l.; luminosità: 56. ·
Asterope (21 Tau) : a: 03h 45m 54,4s; d: +24° 33’ 17”; p: 0,00843”; V: 5,76; spettro: B8V; B-V: -0,04;
m:
+0,02137”/-0,04536”; VR: +5,5 km/sec.; d: 390 a. l.; luminosità: 56. Queste
le Sette Sorelle: ma del gruppo fanno parte, un po’ più ad est del
gruppo principale, i genitori, Atlante e Pleione: ·
Atlas (27
Tau): a: 03h 49m 09,7s; d: +24° 03’ 12”; p: 0,00857”; V: 3,62; spettro: B8III; B-V: -0,07;
m:
+0,01946”/-0,04470”; VR: +8,5 km/sec.; d: 380 a. l.; luminosità: 390. ·
Pleione
(28 Tau): a: 03h 49m 11,2s; d: +24° 08’ 12”; p: 0,00842”; V: 4,77v; spettro: B7p; B-V: -0,08;
m:
+0,02050”/-0,04674”; VR: +4,5 km/sec.; d: 390 a. l.
L’ammasso
delle Iadi è noto fin dall’antichità, così come quello un po’ più
occidentale delle Pleiadi. Il suo caratteristico aspetto a forma di V viene
associato, nelle più antiche tradizioni, alla tempesta: secondo Burnham, lo
stesso nome deriverebbe da un termine arcaico greco che significava pioggia.
Omero le chiama piovose Iadi e Plinio
ne scrive come “…una stella violenta e
tormentosa;/portatrice di temporali e tempeste/che scatena sia sulle terre che
sui mari…”. Abbastanza stranamente, si trovano tradizioni simili
nell’antica Cina. Nel mito greco le Iadi erano le sorelle di Atlante ed Aethra,
sorellastre delle Pleiadi; esse furono incaricate da Zeus di prendersi cura del
piccolo Bacco, e successivamente vennero premiate con un posto nei cieli. Esiodo
ci ha tramandato alcuni dei loro nomi: Eudora, Koronis, Phaeo, Kleea e Phaesula:
mancano almeno due nomi, dato che, tradizionalmente, le Iadi erano sette, come
le Pleiadi. Vi sono altre versioni dei nomi: Diona, Ambrosia, Thyrene, Aesula,
Polyxo, Koronis, Eudora. Plinio (e
i Romani in genere) si riferiscono alle Iadi con un nome collettivo: Palilicium
(Parilicium secondo Burnham: pare che entrambi i termini siano
corretti) o Sidus Palilicius. Questo
è un nome che le Iadi dividono con Aldebaran, la gigante rossa alla quale
sembrano accompagnarsi, e che deriva da Pale, antica divinità italica cui erano
dedicate le feste Palilie o Parilie[9]. Visibili
agevolmente ad occhio nudo, tanto da essere note fin dalla più remota antichità,
le Iadi formano un’evidente gruppo a forma di V, con l’apertura rivolta a
nordest, e di cui fa parte Aldebaran, la stella più brillante della
costellazione del Toro: la “V” si estende da Aldebaran, appunto, a g
Tauri, e quindi a e
Tauri; ogni lato della “V” è lungo circa 4,5°.
L’ammasso è più grande, anche se meno brillante, delle Pleiadi, e si mostra
splendido in un buon binocolo. Aldebaran, in realtà non fa parte dell’ammasso
(è molto più vicina a noi) se non prospetticamente. L’ammasso
delle Iadi è molto importante in quanto è uno degli ammassi galattici più
vicini (46 pc per lo Sky Catalogue 2000.0, circa 150 a. l. Secondo uno studio di
van Bueren (1952) vi sono 132 membri più brillanti della magnitudine apparente
9, e un numero indeterminato (ma diverse centinaia) di più deboli. La
più brillante delle Iadi è la q2
Tauri, classe spettrale A7III, magnitudine 3,34, circa 50 volte più brillante
del Sole. Forma una doppia larga con la q1
Tauri, una gigante K0 di magnitudine 3,97: le due stelle sono separate di
337”. Un’altra
facile doppia è la s
Tauri, 1° a sudest di Aldebaran. Separazione 429”. Altre doppie visuali: 55
Tauri (periodo circa 91 anni); 80 Tauri (periodo circa 170 anni); OS 82 (circa 240 anni); e b
552 (circa 101
anni). L’età
dell’ammasso viene stimato da Burnham in circa 400 milioni di anni (Burnham
paragona il diagramma H-R a quello di M44, e li definisce praticamente uguali);
lo Sky Catalogue 2000.0 dà una stima di 660 milioni di anni.
Si
tratta di un ammasso aperto piuttosto grande e abbastanza ricco, rintracciabile
1° circa ad est della 97 Tau, bianca e di magnitudine 5. Si può osservare già
in un binocolo 10 x 50, ma è certamente più accattivante in un telescopio da
150 mm, purché si abbia cura di mantenere gli ingrandimenti molto bassi:
NGC1647 infatti è un ammasso non molto lontano, e aumentando l’ingrandimento
le sue stelle tendono a disperdersi con effetti negativi sulla visione
d’assieme.
Un
ammasso mediamente ricco, formato da una sessantina di deboli stelle,
praticamente sullo stesso parallelo di Aldebaran, ma distante 8,5° verso est.
Fa la sua bella figura in un riflettore da 200 mm (un binocolo, anche da 80 mm,
non riesce a risolverlo in stelle). Pochi primi a sudovest c’è un altro
ammasso aperto, NGC1807, altrettanto grande ma estremamente povero: le sue
stelle sono molto più luminose, ma troppo rarefatte, dato che in un’area
uguale a quella di NGC1817 ci sono solo 20 stelle.
Grande
(per una planetaria) e debole, con cospicua stelle centrale (binaria).
Utilissimo l’aiuto di un filtro interferenziale. Per trovarla, basta
prolungare di una volta e mezza la distanza tra la o
e la z Per: NGC1514 si trova
30’ a sud di questo immaginario prolungamento. [1]
Merita forse un commento il fatto che lo straordinario avvenimento del 1054
non sia documentato affatto, per quel che ne sappiamo, dagli astronomi
occidentali. Non c’è dubbio che non sia credibile il fatto che la
supernova possa essere passata inosservata. Ma è tutto sommato accettabile
la tesi di Fred Hoyle: e cioè che i pregiudizi religiosi del tempo possano
aver indotto gli storici medievali ad ignorare l’evento. Gli storici, non
gli astronomi: rimane infatti una registrazione della supernova del 1006,
fatta da un monaco svizzero. Potrebbero esserci state delle annotazioni
anche di quella del 1054 fatte da astronomi in privato, e non essere
sopravvissute, o non essere state ancora scoperte. E per la verità esistono
registrazioni fatte a Costantinopoli, ma prive di informazioni su luminosità
e posizione celeste. Peraltro, altre testimonianze dell’evento sembrano
risultare da diverse pittografie trovate in Arizona. [2]
C’è chi sostiene che, in realtà, sia stata la scoperta dell’ammasso
globulare M3 (il primo oggetto che sia stato effettivamente scoperto dallo
stesso Messier) a spingerlo ad intraprendere la compilazione del famoso
Catalogo. Ma contro tale tesi c’è l’esplicita testimonianza
dell’Autore che più tardi, in Connaissance
des Temps del 1801, tornando sugli inizi del suo interesse per le
Nebulae, racconta testualmente: “Ciò
che mi spinse ad intraprendere la stesura del catalogo fu la nebulosa che
scoprii sopra il corno meridionale del Toro il 12 settembre del 1758, mentre
osservavo la cometa di quell’anno...Questa nebulosa ha una specie di
somiglianza con una cometa, nella forma e nello splendore, così che ho
provato a trovarne delle altre, in modo che gli astronomi non confondano
queste stesse nebulose con delle comete che siano all’inizio del loro
risplendere...” Pertanto, è lo stesso Messier che racconta come sia
stata la scoperta (o meglio la riscoperta) di M1 ad indurlo alla
catalogazione degli oggetti di aspetto nebulare: non vediamo che ragione ci
sia di dubitarne. [3]
Esiodo: Le Opere e i Giorni, B.U.R., Milano, 1988 (383-87): “Quando
sorgono le Pleiadi, figlie di Atlante, incomincia la mietitura; l’aratura,
invece, al loro tramonto. Queste sono nascoste per quaranta giorni e per
altrettante notti; poi, inoltrandosi l’anno, esse appaiono appena che si
affina la falce.” [4]
Omero: Odissea, trad. di I. Pindemonte, Libro V, vv. 345 e segg.: “Lieto
l’eroe dell’innocente vento,/la vela dispiegò. Quindi al
timone/sedendo, il corso dirigea con arte,/né gli cadea sulle palpebre il
sonno/mentre attento le Pleiadi mirava,/e il tardo tramontar Boòte e
l’Orsa,/che detta è pure il Carro, e là si gira,/guardando sempre in
Orion...” [5]
Profeti Minori: Amos, cap. 5, v. 8: “Colui
che ha fatto le Pleiadi e Orione, cambia in buio il chiarore del mattino, e
stende sul giorno l’oscurità della notte...” (La Bibbia di
Gerusalemme, Ed. Dehoniane, Bologna, XII edizione, 1993, pag. 1994). [6]
“E trovamo sei stelle aunate, de le quali quatro fanno uno quadrangulo,
e le doe stano co’ una coda ritta e so’ chiamate pliades; e tali le
chiamaro gallinelle, e tali le chiamaro fronte de tauro; e li savi le
pongono en la fronte del tauro.” (Restoro d’Arezzo, La Composizione
del Mondo, I.7.9, Fondazione Pietro Bembo, Ugo Guanda Editore, Varese,
1997); “E emperciò ch’elli se convenne al tauro per la sua
operazione èssare potente e avere lo capo forte, fortificaremoli lo capo e
poremoli en la parte denanti en la fronte sei stelle aunate, le quali so’
chiamate pliades; e per fortificarlo non li ne fa opo più de sei.”
(Ristoro d’Arezzo, ibidem, II.2.5.9). Dal che si desume, inoltre, che per
Restoro le Pleiadi sono sei, e non c’è neppure il sospetto che possano
essere più di tante. [7]
D’altra parte, anche G. B. Hodierna si era posto lo stesso traguardo,
quando cominciò a stendere il suo “De
Admirandis Coeli Characteribus”, che rappresenta il primo vero e
proprio catalogo di nebulae che sia mai stato compilato; e anche lui finì
per comprendere nel suo catalogo anche le Pleiadi, oltre che le Iadi e il
doppio ammasso di Perseo. [8]
Fin dall’antichità si parla di sette stelle, ma ci vuole un’acuità
visiva molto buona per vederne più di sei: segnaliamo, per esempio, che il
più antico testo italiano in lingua volgare che parli di cosmologia e di
astronomia (più che altro astrologia, ma allora non è che si facesse gran
differenza), e cioè “La composizione del Mondo” di Restoro d’Arezzo, scritto nel
1282, parla ripetutamente di sei stelle (v.: Restoro d’Arezzo, “La Composizione del Mondo”, a cura di Alberto Morino, Fondazione
Pietro Bembo/ Ugo Guanda Editore, Varese 1997, pagg. 20, 30, 39,139, 298). [9]
Le Iadi al tempo delle feste Palilie scomparivano nel crepuscolo della sera.
Le Palilie (o Parilie) cadevano il 21 aprile (anniversario della fondazione
di Roma), ed erano feste campestri di purificazione, che si celebravano in
onore di Pale, divinità italica che dava buoni pascoli sui monti e insieme
ad Inuo preservava il bestiame dalle malattie e dai predatori
(N.d.A.). |
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