Di particolare rilievo é il fatto che la stella Alpheratz é condivisa con Andromeda, di cui rappresenta la stella a, mentre per Pegaso é la d. Arato[1], nel suo poema, ne spiega le ragioni. Il cavallo alato é una figura ben più antica del periodo classico o anche preclassico. Il nome Pegasus é probabilmente di origine fenicia. La leggenda di Pegaso é collegata a quella di Perseo: esso sarebbe nato dal sangue di Medusa quando questa fu uccisa dall’Eroe. In seguito fu dato da Poseidone a Bellerofonte per conquistare la Chimera. Ma quando Bellerofonte sconfisse il mostro, tentò di volare verso la residenza di Zeus. Questi però incitò Pegaso a disarcionare l’incauto, e da allora continua a volare nei cieli. Pegaso confina a nord con Andromeda, Lacerta e Cigno, che la delimita anche ad ovest. Ad ovest confina anche con il Delfino e con il Cavallino; a sud con l’Acquario e i Pesci, che condividono con Pegaso anche il confine orientale insieme ad Andromeda che, come abbiamo detto, poi continua a nord. Il Grande Quadrato di Pegaso è uno degli asterismi più noti fin dall’antichità, grazie alla sua sagoma ben definita e per la sua posizione di rilievo in alto nel cielo meridionale nelle sere autunnali. Una volta che si sia imparato ad identificare le quattro stelle che formano questo quadrato (Markab, Scheat, Alpheratz e Algenib, si può verificare la propria acutezza visiva e la limpidezza del cielo contando le stelle che stanno dentro questa figura. Nel quadrante nordoccidentale del Quadrato si trova la u Pegasi (V: 4,4), a 1° da t Pegasi (V: 4,6). Queste due sono le stelle più brillanti nel Quadrato, e se si distinguono soltanto queste due al suo interno, vuol dire che in quel caso si ha una magnitudine limite 4,6. Se si riescono a contare cinque stelle nel Grande Quadrato la magnitudine limite è 5,0, se se ne contano 13 il limite è circa 6,0. Il limite normale ad occhio nudo è intorno a magnitudine 6,5, e per raggiungerlo bisognerebbe vedere circa 35 stelle. [1]
Arato visse nel III secolo A.C., e il suo “Phenomena” è un poema,
basato apparentemente su un’omonima opera perduta di Eudosso di Cnido. Nel
suo Commentario, peraltro, Ipparco non manca di confutare abbastanza
pesantemente Eudosso. Interessante
la spiegazione che Arato dà del fatto che le costellazioni di Andromeda e
Pegaso condividano una stella (Alpheratz): “Vicino
e sopra la sua testa l’errante destriero (del cielo) Con
zoccolo e ala é doppiamente veloce Così
vicini si incontrano, e brilla in comune una stella; A
lui il corpo, a lei i capelli adorna, E
il fianco e la spalla ornati di altre tre stelle per
arte a ugual distanza poste.” Questa
segue la poetica descrizione di quella regione di cielo: I
suoi (di Andromeda) piedi indicano lo sposo Perseo Sulla
cui spalla riposano. Egli
si erge, gigante, nel vento del nord La
mano destra tesa verso il trono Ove
siede la madre (Cassiopeia) della sposa Come
uno deciso a qualche grande impresa. Coperto
di polvere avanza per i sentieri del cielo.
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