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Magnitudini
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Man mano che si intensificava lo studio delle stelle, ci si andava rendendo conto delle differenze che intercorrono tra di esse. La più evidente era quella già stabilita da Ipparco un paio di millenni prima, e che gli aveva fatto dividere le stelle stesse in sei classi di luminosità. Flamsteed nel 1712 sostituì alle lettere greche i numeri arabi (a=1, b=2, ecc.). All’inizio del XIX secolo, a causa dell’aumentato numero di stelle che i telescopi riuscivano a rilevare, gli astronomi avvertirono che veniva a mancare quella uniformità di valutazione della luminosità che è indispensabile ad un corretto studio delle stelle stesse. Molti scienziati affrontarono il problema, e si cominciò a sperimentare l’uso dei fotometri. Ma fu da un’altra scienza che venne un contributo decisivo alla definitiva razionalizzazione della classificazione delle grandezze stellari: la fisiologia stabilì matematicamente il rapporto fra stimolo e sensazione[1]. N. R. Pogson, del Radcliffe Observatory di Oxford, intuì che la strada per affrontare
il problema delle grandezze stellari era quella indicata dalla fisiologia[2].
Egli stabilì un preciso e costante
rapporto tra lo splendore di una stella di una data grandezza e quello di una
stella della grandezza immediatamente successiva: la luce di una stella di
seconda grandezza è 2,512 volte più debole della luce di una stella di prima
grandezza; quella di una stella di terza è 2,512 volte più debole di una
stella di seconda e così via: la luce di stella di sesta grandezza è allora
100 volte più del della luce di una stella di prima[3]. Restava
ancora da stabilire un punto di riferimento, cioè una stella a cui ancorare
tutta la classificazione successiva per definire il punto zero della
scala delle magnitudini. L’origine della scala fu scelta ponendo la
magnitudine (non si parla più di grandezze, ma di magnitudini stellari) della
Stella Polare uguale a 2, valore che fu poi modificato in 2,12. Ovviamente la
scelta della Polare si impose in quanto questa stella è visibile tutta la
notte dall’emisfero boreale, emisfero in cui all’epoca era situata la grande
maggioranza degli Osservatori astronomici. Questo portò anche come conseguenza
il fatto che per alcune delle stelle più brillanti, classificate da Ipparco
di prima grandezza, si dovessero adoperare valori negativi: Sino divenne così
di magnitudine -1,6 e Canopo -0,9. Presto, però, ci si accorse che la Stella
Polare è una stella variabile (una cefeide con variazioni nel suo flusso
luminoso di circa due decimi di magnitudine)
e che quindi non si prestava ad
essere utilizzata come punto zero. Si
dovrà arrivare, per definire del tutto la questione delle magnitudini, al 1952.
In quell’anno la commissione di
Fotometria Stellare, composta
da illustri astronomi, tra cui Baade, Becker, Hertzsprung, Holmberg, Shapley e
i coniugi Gaposchkin, sotto la presidenza di W. M. H. Greaves, fu incaricata di
riordinare tutto quello che era stato elaborato fino a quell’epoca nel campo
della misura della luminosità delle stelle[4]. La conclusione fu quella
definizione di magnitudine che oggi usano gli astronomi: sia quando ai telescopi
misurano con moderni strumenti la luminosità dei più lontani oggetti
celesti, sia quando, mediante raffinati strumenti di calcolo, elaborano al
calcolatore i dati osservativi e ne deducono quelle teorie che permettono loro
di studiare gli estremi confini spaziali e temporali dell’Universo come se li
stessero osservando lì e in quell’istante[5].
Il
concetto di magnitudine al quale ci siamo riferiti sinora indica la misura dello
splendore di una stella così come noi lo percepiamo. Non ci dice granché dello
splendore intrinseco della stella, al quale possiamo risalire soltanto se della
stella stessa conosciamo la distanza. Adesso distinguiamo invece la magnitudine
apparente (appunto quella che osserviamo), dalla magnitudine assoluta: questa è
la magnitudine apparente che una stella presenterebbe se venisse spostata alla
distanza standard di 10 parsec (32,6 anni luce) dall’osservatore. Ogni
magnitudine apparente può essere convertita nella corrispondente magnitudine
assoluta attraverso la formula: MV
= V + 5 – 5 log d dove
MV sta per magnitudine assoluta, V per magnitudine apparente, e d
è la distanza espressa in parsec (pc). Distinguiamo
ancora diversi tipi di magnitudine a seconda delle lunghezze d’onda alle quali
le misuriamo; sin qui ci siamo implicitamente riferiti alla magnitudine visuale
(che in seguito indicheremo spesso con
il simbolo V), che è la magnitudine riferita all’occhio umano, che ha la sua
massima sensibilità in coincidenza con la lunghezza d’onda di 560 nm[6].
Ma una stella, così come qualunque altro oggetto celeste, può avere luminosità
anche estremamente diverse a seconda delle lunghezze d’onda prese in esame;
così la magnitudine nel blu (indicata col simbolo B) è la magnitudine di un
oggetto astronomico misurata usando un’emulsione fotografica standard, la
quale è più sensibile dell’occhio umano alla parte blu e violetta dello
spettro. C’è la magnitudine nell’infrarosso (I) e quella
nell’ultravioletto (U). La magnitudine bolometrica invece è la misura della
luminosità di un oggetto nel complesso di tutta la scala dello spettro
elettromagnetico. E’ spesso utile, specialmente per costruire determinati diagrammi, servirsi degli indici di colore: per indice di colore si intende la differenza tra due magnitudini di un oggetto celeste prese a due diverse lunghezze d’onda; il più usato è l’indice di colore B-V, cioè la differenza tra la magnitudine fotografica e quella visuale. In questa scala, lo 0 corrisponde al tipo spettrale A, cioè al colore bianco; le stelle azzurre, di tipo O e B, hanno indice di colore negativo, quelle da A in poi hanno indice di colore positivo: le stelle gialle
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[1]
Attorno alla metà del XIX secolo G. T. Fechner, a Lipsia, si occupava delle
relazioni esistenti tra stimolo e percezione. Sfruttando i lavori del
fisiologo E. H. Weber, secondo cui “l’aumento dell’intensità dello
stimolo necessario per provocare una variazione appena percettibile della
sensazione sta in un rapporto costante con l’intensità iniziale dello
stimolo di partenza”, Fechner espresse matematicamente questo rapporto
tra stimolo e sensazione: l’intensità della percezione si modifica
proporzionalmente al logaritmo dello stimolo. [2]
La luce della stella – egli suppose – crea sull’occhio uno stimolo che
produce una sensazione: l’immagine stessa della stella. L’intensità di
questa sensazione, cioè la classe di luminosità della stella,
dipende evidentemente dall’intensità dello stimolo, vale a dire dalla
quantità di luce che ci raggiunge dalla stella. Confrontando la luce delle
stelle con la fiamma prodotta da una candela di paraffina trovò che il
rapporto tra la quantità di luce emessa da due stelle che differivano di
una classe di luminosità era circa pari a due volte e mezza: quando la
sensazione (grandezza stellare di Ipparco) variava in maniera
aritmetica (1, 2, 3, ecc.) lo stimolo (luminosità della stella) variava in
maniera geometrica: la ragione della progressione geometrica fu presa pari a
2,512 (che è la radice quinta di 100). [3]
Tutto ciò, in termini matematici, equivale a dire che il rapporto tra le
intensità di due stelle risulta essere pari a: I1/I2
= 2,512(m2-m1),
dove I1 e I2
rappresentano l’intensità
luminosa dalle due stelle e osservata al telescopio, mentre m1 e
m2 rappresentano la classe di luminosità delle stesse,
indicata come magnitudine e non più grandezza. Questa
relazione può essere mente espressa in forma logaritmica: m1 —
m2 =
— 2,5 log10
(I1/I2), che
sarebbe divenuta nota a tutti gli astronomi come Formula di Pogson. [4]
“Forse il primo
problema di fotometria generale da affrontare -
scriveva Stov in una
circolare inviata ai membri della commissione -
è quello di considerare
tutte le innumerevoli serie di magnitudini che sono state usate... per
vedere se è possibile dare una definizione di magnitudine di un
corpo celeste universalmente
accettabile e che, in qualunque posto e in qualunque momento la si misuri
utilizzando una strumentazione ragionevole, sia tale da fornire gli stessi
risultati, all’interno dei limiti degli errori osservativi. Fino a
quando differenti osservatori non si saranno accordati su che cosa
esattamente stanno cercando di misurare, è molto difficile che possano
ottenere dei risultati concordanti”. [5]
La magnitudine di una stella
è allora definita in termini della sua brillanza B
dall’equazione: a
- la
quantità di energia proveniente dalla stella e compresa in un certo
intervallo spettrale, che arriva alla sommità dell’atmosfera terrestre; In
teoria, un sistema di magnitudini può essere definito specificando
uno strumento montato su un ben preciso telescopio che lavora in un sito
determinato con un noto assorbimento atmosferico. Per un osservatore che
usi un sistema non identico a quello definito, si porrà il problema di
ridurre tutte le sue osservazioni al cosiddetto sistema standard. [6]
nm: nanometro, 1mx10-9. |
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