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Nomi delle stelle
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Per secoli e
secoli le stelle più brillanti, quelle che delineavano le costellazioni
tradizionali, furono indicate con dei nomi propri: molti erano nomi arabi, a
loro volta in molti casi mutuati da antiche designazioni babilonesi e forse
ancora più antiche; molti altri erano greci o, in qualche caso, più recenti.
Quel che è peggio è che in qualche caso le stelle di nomi potevano averne due
o più, derivati da diverse tradizioni. Le altre stelle, quelle che non godevano
del privilegio di un nome proprio, erano soltanto dei puntini anonimi sparsi nel
seno delle costellazioni o, nelle regioni che nelle costellazioni non erano
comprese (e ce n’erano parecchie) semplicemente sparse qua e là. Nei
cataloghi stellari le stelle venivano designate con indicazioni relative alla
loro posizione nella costellazione di cui facevano parte. Nell’Almagesto di
Tolomeo, per esempio, per indicare la stella p
Aquarii troviamo la descrizione “Borealis
de tribus, quae sunt in extremitate manus dextrae
(la settentrionale delle tre che si trovano all’estremità della mano
destra)”; mentre la Stella Polare è “Quae
est in extremitate caudae
(quella che si trova all’estremità della coda)”. Questo modo di indicare le stelle non poteva soddisfare le esigenze di rigore e di sistematicità che andavano manifestandosi con il sorgere e il progredire della nuova scienza. Si cominciava ad avvertire il bisogno di avere per ogni stella una designazione chiara e univoca, semplice e non suscettibile di generare confusione. Il primo tentativo di dare una sistemazione definitiva al problema fu fatto, e con notevole successo (tanto che è un sistema tuttora in uso), da Johann Bayer, che nella sua Uranometria (1603) introdusse l’uso di indicare le stelle di ogni costellazione con lettere greche, attribuendo la prima lettera dell’alfabeto (a) alla stella più luminosa, la seconda (b) alla seconda in splendore e così via[1]. John Flamsteed pubblicò oltre un secolo più tardi, nel 1712, il suo catalogo stellare (Historia Coelestis Britannica), opera di una precisione e di un’accuratezza mai viste prima, nel quale introduceva un sistema di nomenclatura delle singole stelle ancora più preciso: egli usò i numeri arabi (1, 2, 3 ecc.) e non a partire dalla più brillante (il che poteva indurre errori di stima, ad esempio tra stelle di magnitudine simile), ma a partire dalla più occidentale di ogni costellazione, procedendo verso oriente. Questo sistema inoltre non era limitato dal numero delle lettere dell’alfabeto che, quando le stelle visibili ad occhio nudo in una costellazione erano più di 24, costringeva ad usare più volte la stessa lettera (per esempio: z1 e z2 Scorpii): i numeri sono illimitati, ed ogni stella di ogni costellazione aveva il suo proprio numero. Inoltre, il sistema di numerare le stelle in ordine di ascensione retta risultò molto vantaggioso, tanto che viene tuttora adottato praticamente da tutti i cataloghi astronomici in uso. L’uso del telescopio ha incrementato enormemente, come sappiamo, il numero delle stelle, e dal XIX secolo si sono moltiplicati i cataloghi e, soprattutto, il numero delle stelle catalogate. Poiché una stella è di solito registrata in diversi cataloghi, essa può essere indicata con diverse designazioni, a seconda del catalogo cui si fa riferimento. Per esempio, la k Orionis può essere chiamata nei seguenti modi:
Vi sono inoltre altri cataloghi particolari come quelli di stelle doppie o di stelle variabili: ne parleremo a tempo debito. [1]
Johann Bayer, autore del primo atlante stellare completo (nel senso che
comprende anche la parte dell’emisfero australe non visibile
dall’Europa), è un contemporaneo di Tycho Brahe. La sua Uranometria fu
pubblicata nel 1603, ed era composta da 51 tavole, accompagnate da un
catalogo di 1277 stelle, con le rispettive magnitudini, stimate dallo stesso
Bayer. L’Uranometria, inoltre, introduceva il sistema, tuttora in uso, di
indicare le stelle più luminose di ogni costellazione con le lettere
greche. Le bellissime incisioni che illustrano le costellazioni sono
ispirate a dei disegni pubblicati da Albrecht Dürer del 1515, che
illustravano gli emisferi celesti. Le osservazioni delle stelle delle
costellazioni australi furono fornite dal navigatore olandese Pieter Dirckz
Keyser (Petrus Theodori). |
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