Nebulae
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Ammassi stellari
Nebulose
Galassie

Se in una notte limpida e buia alziamo gli occhi a contemplare la volta celeste, non possiamo mancare di osservare che, confusi nella sterminata moltitudine delle stelle fisse, vi sono alcuni oggetti il cui aspetto, decisamente non stellare, ricorda semmai quello delle comete; ma questi oggetti, contrariamente alle comete, non mostrano alcuno spostamento rispetto alle stelle stesse: essi appaiono non puntiformi (non stellari, appunto), e come le comete brillano di una luce fioca, evanescente, quasi spettrale; i primi astronomi chiamarono questi oggetti, volta a volta, piccole nubi o macchie nebulose.

Chiameremo questi oggetti con un termine mutuato dal Latino: nebulae (pronuncia: nebule), che significa appunto piccole nubi. Oggi sappiamo che in effetti si tratta di oggetti che possono essere anche molto diversi tra loro, anche se per secoli sono stati accomunati dal modesto potere risolvente dei telescopi di un tempo. Sotto l’onnicomprensiva denominazione di nebulae (o oggetti del profondo cielo, come i più le chiamano) vengono infatti accomunate galassie, nebulose di vario tipo (diffuse, planetarie, resti di supernovae) e ammassi stellari, questi ultimi ulteriormente suddivisibili in globulari e aperti o galattici: gli uni e gli altri agglomerati di stelle, ma dotati di caratteristiche estremamente diverse tra loro.

Anche se continueremo a comprenderli nell’ampia categoria delle nebulae, questi oggetti vanno dunque considerati soprattutto per le loro differenze, e dovremo parlarne più in dettaglio separatamente.

Poiché alcune di queste nebulae sono visibili anche senza l’aiuto di alcun mezzo ottico, gli antichi astronomi ne conoscevano già un certo numero: come abbiamo detto, li chiamavano piccole nubi, stelle nebulose ecc.; già Ipparco, nel suo catalogo stellare, ne indica due, che sono tra i più cospicui: l’ammasso del Praesepe, nella costellazione del Cancro, e il doppio ammasso che si trova, nelle antiche raffigurazioni delle costellazioni, nell’elsa della spada di Perseo. Tolomeo aggiunse a questi due un altro ammasso stellare estremamente cospicuo e brillante, che si trova vicino all’aculeo dello Scorpione e che Charles Messier porrà al settimo posto del suo famoso catalogo.

Nel corso dei secoli si andranno aggiungendo a queste prime nebulae altri oggetti, ma si tratterà sempre, fino al XVII secolo, di contarli al massimo sulle dita di due mani. La scoperta del telescopio non determinerà un immediato grande aumento del numero delle nebulae conosciute, perché i primi strumenti saranno troppo poco luminosi, e le nebulae hanno bisogno di amplificazione della luminosità piuttosto che di ingrandimenti; già Galileo, però, col suo cannocchiale risolse in stelle la Via Lattea e il Praesepe, e ciò lo portò a ritenere che, a condizione di disporre di uno strumento abbastanza potente, tutte le nebulae fossero, in definitiva, risolvibili in singole stelle. Questa convinzione fu largamente condivisa e sopravvisse fino ai tempi di W. Herschel, e dopo tutto era giustificata dal fatto che, con l’eccezione della grande nebulosa di Andromeda e di quella di Orione, tutte le altre nebulae sino allora conosciute erano in realtà ammassi stellari.

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