|
Le supernovae
|
|
M1 è uno degli oggetti più studiati del cielo: al
punto che gli astrofisici si potrebbero dividere in due categorie principali:
quelli che si occupano della Crab Nebula
o di oggetti in qualche modo simili ad essa e quelli che si occupano d’altro.
Parlare di M1 vuol dire anche
parlare di supernovae, di
stelle di neutroni, di radioastronomia e quant’altro. Nel
1921 K. Ludmark osservò che
quest’oggetto occupava proprio la stessa regione celeste in cui, secondo le
fonti orientali, era apparsa la straordinaria stella del 1054. Altri scoprirono,
quasi contemporaneamente, come la nebulosa fosse in espansione (da piccoli
cambiamenti rilevati in foto riprese a distanza di anni), e calcolarono che per
raggiungere le dimensioni attuali aveva dovuto impiegare circa 900 anni.
Bastava, a questo punto, sommare due più due. Non fu difficile, dai valori
della velocità radiale e dello spostamento angolare annuo, calcolare la
distanza dell’oggetto, che risultò essere di 4.100 anni luce (poi corretti in
6.600). Dalla distanza, e dallo
splendore desunto dalle antiche cronache, fu calcolata una luminosità
intrinseca dell’astro che lasciò senza fiato gli studiosi: risultò un valore
che superava di trecentomila volte lo splendore del Sole. Ma non si trattava di
un caso isolato: si trovò che almeno altre due stelle, nel 1572 e nel 1604 (le
cosiddette stelle di Tycho, rispettivamente, e di Keplero), avevano avuto un
comportamento simile. Queste stelle eccezionali furono denominate “Supernovae”. La
scoperta che la Crab nebula è il
risultato dell’evoluzione della supernova del 1054 fu solo la prima di
numerose altre scoperte. Nel 1948 se ne scoprì la natura di radiosorgente; poi,
che la luce emessa dal fondo diffuso è polarizzata (il che vuol dire che emette
radiazione di sincrotrone, testimone della presenza di un campo magnetico e di
elettroni che si muovono a velocità paragonabili a quella della luce). Nel 1964
la Nebulosa si rivelava anche sorgente di raggi X. Nel 1968, la scoperta più
importante: la Crab nebula doveva contenere una pulsar, una stella di neutroni, oggetto fino allora mai osservato,
ma teorizzato e descritto sin dal 1933 da Zwicky quale prodotto delle esplosioni
delle supernovae. L’ipotetica pulsar
nascosta nella Crab nebula emetteva
impulsi radio ad intervalli brevissimi: uno ogni 33 millesimi di secondo. A
questo punto, ci si chiese se magari, essendo rimasta qualcosa dopo
l’esplosione del 1054, questo qualcosa fosse ancora visibile. E nel 1969,
osservando con l’ausilio di speciali tecniche una delle stelline visibili
presso il centro della nebulosa, si scoprì che emetteva fortissimi guizzi
luminosi, con la stessa frequenza della pulsar; in seguito, si osservavano
identiche pulsazioni anche nella banda dei raggi X. La coincidenza di tutte
queste osservazioni, e l’elaborazione delle ricerche teoriche connesse, non
lasciavano più adito a dubbi: le stelle di neutroni esistono, sono i resti
delle supernovae, e ce n’è una al centro della Crab nebula. Perché
una stella, a un certo punto della sua esistenza, invece di spegnersi magari
lentamente e tranquillamente come un falò che ha bruciato tutta la legna,
esplode con una furia inconcepibilmente devastante, dando luogo a quel
meraviglioso e terribile fenomeno che abbiamo chiamato supernova? Come
qualsiasi altra fonte di luce, una stella splende perché brucia energia. Questa
deriva dalla lenta conversione di idrogeno in elementi più pesanti attraverso
una catena di reazioni termonucleari con cui lo 0,7% circa della massa totale
della stella viene convertito in energia secondo la famosa E=mc2 di Einstein. La conversione si ferma quando viene
sintetizzato il ferro: questo infatti in un’eventuale ulteriore fusione
nucleare non sarebbe in grado di produrre l’energia atta a sostenere la
pressione gravitazionale della stella: anzi, ne assorbirebbe dell’altra. E,
quindi, possiamo considerare il ferro come un materiale inerte, diciamo così,
incombustibile. Quando
una stella di grande massa ha accumulato abbastanza ferro nel suo nucleo,
dunque, le reazioni termonucleari si interrompono e inizia il collasso. Questo
procede dapprima molto lentamente innalzando gradualmente la temperatura. Oltre
un certo limite, diventa possibile la conversione della coppia protone/elettrone
in una neutrone/neutrino. I neutrini appena prodotti lasciano la stella portando
via energia: il collasso viene ulteriormente accelerato e la temperatura sale
oltre il limite in cui il ferro comincia a decomporsi assorbendo ulteriormente
energia dal nucleo centrale della stella. L’effetto finale di questi processi
è la conversione quasi totale degli elettroni e dei protoni in neutroni e
neutrini. In
pochi secondi il nucleo centrale collassa in una configurazione estremamente
densa (stella a neutroni o pulsar) in
cui la densità raggiunge anche valori pari a 10.000 miliardi di volte quella
dell’acqua. Un cucchiaio di questa materia ultradensa contiene tutto il
materiale di una montagna. A seconda della massa della stella l’implosione si
ferma allo stadio di stella di neutroni, oppure procede verso quello di buco
nero. Se si forma una pulsar, l’energia dell’implosione viene trasmessa,
alla velocità della luce, al mantello esterno, che non ha praticamente ancora
iniziato la caduta verso il centro (non sono trascorsi che pochi secondi).
Questo mantello viene riscaldato ad una temperatura di miliardi di gradi e
scagliato via da una spaventosa pressione di radiazione alla velocità di
migliaia di chilometri al secondo. Un osservatore esterno vedrebbe la stella
trasformarsi, pressoché istantaneamente, in un globo infuocato che si espande
rapidissimamente, tutto cancellando sul suo cammino. La Crab nebula che oggi
ammiriamo è il residuo di quel mantello, che dopo quasi un millennio continua
la sua espansione nello spazio. Nell’intera
Galassia esplode in media una supernova ogni trecento anni, e gli astronomi sono
continuamente all’erta nella speranza di osservare oggetti del genere durante
lo stadio iniziale, il più interessante. Ma non è difficile scoprire delle
supernovae nelle galassie vicine: su scala cosmica, non si tratta di un evento
così raro. Esistono prove secondo cui parte del materiale di cui è fatto il
sistema solare proviene da un’antichissima esplosione di supernova. Si pensa
che le regioni esterne della stella, quando vengono proiettate via ad altissima
velocità, agiscano come una specie di “scopa
cosmica” spingendo davanti a sé tutti i detriti (polveri e gas
interstellare) che incontrano sul loro cammino. A volte questo materiale si
concentra, sotto le onde d’urto di altre esplosioni, fino al punto in cui
diventa gravitazionalmente instabile e si condensa in nuove stelle. Pare che il
nostro Sole sia nato così. Si assiste dunque ad un continuo riciclaggio tra
stelle e materiale interstellare che viene costantemente arricchito e smosso
dalle supernovae. Lo
studio delle centinaia di supernovae osservate nelle galassie esterne nei
trascorsi decenni ci consente di affermare che esistono almeno due tipi
principali di supernovae (che a loro volta vanno suddivisi in diversi sottotipi) |
|
|